Ho passato molto tempo a interrogarmi se fosse giusto raccontarvi il dietro le quinte di A spasso con Cesare, la genesi e i motivi che hanno portato alla nascita di questo blog. Ogni volta che trovavo il coraggio di iniziare, però, arrivavano mille paure e incertezze che mi frenavano, facendomi sentire inesorabilmente frustrata e persa.
Poi, osservando ancora una volta Cesare, è apparso tutto semplice e chiaro.
Grazie al suo supporto, ho trovato la forza di mettere nero su bianco questa storia che vi invito a leggere: troverete un cane abbandonato, una malattia e una promessa tutta da mantenere.
Buona lettura.
LUPUS ERITEMATOSO SISTEMICO
Nel giorno in cui tutto il mondo, o quasi, festeggiava Halloween, io venivo dimessa dall’ospedale con un eritema a farfalla stampato sul volto e la diagnosi di LES, ovvero Lupus eritematoso sistemico.
Mi guardai allo specchio e pensai che no, nonostante il conforto e le battute di mio marito per alleggerire il momento, non c’era nulla da ridere: non era una maschera, non c’era trucco: era tutto disperatamente vero.
Quindi, raccolsi le mie cose in un borsone, feci appello a tutte le mie forze e mi diressi verso l’uscita.
“Lo sai che dovrai vendere cara la pelle?” mi disse il medico, dopo avermi fatto firmare alcuni fogli e ricordo che rimasi in silenzio, ormai rassegnata al peggio. Sentivo dei dolori fortissimi su tutto il corpo e facevo fatica a camminare a causa dell’ischemia celebrale che ebbi durante il ricovero, per non parlare dei disturbi che mi provocavano le alte dosi dei farmaci che prendevo per arginare l’avanzare della malattia.
Lo shock di vedermi in quello stato fu talmente grande che il ritorno a casa non migliorò le cose, ogni giorno mi ribellavo a un’esistenza che non volevo e potevo accettare.
Da quei terribili momenti sono passati alcuni anni e ora, non senza un pizzico di imbarazzo, sono qui a raccontarvi la mia personale battaglia con il Lupus, una malattia cronica del sistema immunitario, che decide a un certo punto di attaccare i tessuti e gli organi del corpo determinando danni anche irreversibili.
Chiunque si trovi ad affrontare un percorso di malattia, qualunque essa sia, vorrebbe di colpo riannodare i fili del tempo e tornare indietro a quando si era in perfetta forma, “banalmente” sani.
A volte non è possibile, perché ti capita di inciampare in una patologia per cui non esiste una cura, e allora sai che la strada da percorrere sarà lunga e tutta in salita. Non vi nascondo che sono ancora nella fase di accettazione di questo ospite indesiderato e ci sono momenti in cui vorrei semplicemente tornare a essere Sara, e non qualcuna che le assomiglia vagamente.
La malattia ti cambia, è inutile girarci intorno, e ti obbliga a rivedere alcuni aspetti della tua vita, dalla quotidianità al lavoro.
Prima del Lupus tenevo lezioni di storia dell’arte presso alcune istituzioni pubbliche e private; in più, ero anche una guida turistica nazionale. Poter raccontare ai visitatori le meraviglie della mia città mi faceva sentire appagata ed era una delle tante attività che portavo avanti e che mi permettevano di rimanere in contatto con la Bellezza.
Immaginatemi privata di tutto questo.
Certo, con l’aiuto di medici straordinari, che tutt’ora mi seguono e sostengono, sono riuscita a rimettermi in piedi, ma il Lupus, per molto tempo, non ha voluto mollare la presa e, stretta in quell’ abbraccio insopportabile, alla fine di alcune giornate ero talmente distrutta che mi ritrovavo a piangere con la paura che potesse farmi ancora più male di quanto non avesse già fatto.
Le frecce al mio arco, che il Professore di Reumatologia era convinto avessi, se ne stavano ben nascoste da qualche parte.
AVE CESARE

“Di regola, le grandi decisioni della vita umana hanno a che fare più con gli istinti che con la volontà cosciente, le buone intenzioni e la ragionevolezza”. (C. G. Jung)
Non saprò mai cosa spinse realmente mio marito a firmare il modulo della pre-adozione di Cesare, a volte ne parliamo e lui, seguace inconsapevole di Jung, – mica uno a caso – mi risponde semplicemente che era stato colpito dalla foto di quel cane e che, prima che lui si rendesse conto il modulo era già stato firmato.
Punto.
Così, grazie a Giulia, sua figlia che come un provetto Cupido gli fece dare un’occhiata a quel musetto munito di coda, prese la penna e mise quella firma che ha cambiato – in maniera sorprendente – la mia vita per sempre.
Forse qualcuno di voi è rimasto stupito nello scoprire che non sono stata io a decidere di adottare un cane, e tantomeno a scegliere Cesare. All’epoca pensavo che nella mia vita non ci potesse essere posto per un essere vivente che avesse bisogno di cure e di attenzioni: mi ritenevo inadeguata per un simile compito e ancora troppo fragile a causa del mio stato di salute.
Come avrei potuto gestire un cane quando a malapena riuscivo a badare a me stessa?
Misi in soffitta quello che consideravo un azzardo e lasciai che quelle considerazioni, pronunciate a voce alta, avessero la meglio sul proposito di dare un’opportunità a chi aspettava la sua occasione.
Quando però venni gentilmente informata che un nuovo componente si sarebbe aggiunto alla nostra famiglia e vidi la foto di un chihuahua, di colpo ogni esitazione scomparve. E mi ritrovai davanti a un cancello impaziente di conoscere quell’esserino che già si era fatto largo nei miei pensieri.
La volontaria ci presentò Cesare alla maniera del vecchio sacerdote Rafiki, nella famosa scena del re Leone, quando il piccolo Simba è mostrato agli altri animali della foresta.
La verità? Avevamo sbagliato la taglia della pettorina, troppo piccola per un chihuahua extra large come lui, e così per non perdere troppo tempo, si decise di portarlo fuori in quel modo.
C’è mancato poco che non ci venisse spontaneo inchinarci davanti a colui che ci apparve all’istante bellissimo.
Mentre Cesare sembrò non essere troppo interessato a noi, io feci fatica a staccargli gli occhi di dosso. Aveva veramente qualcosa di regale, e sotto quel manto tutto sporco e arruffato, si celava veramente un re pronto a riprendersi la corona, e io ero già irrimediabilmente sua.
Il mio chihuahua provvisto di gorgiera aveva una storia simile a tanti altri cani abbandonati. Con mia sorpresa, venni a sapere che Cesare aveva avuto diverse famiglie, passando da una casa all’altra senza conoscere mai il vero affetto. Fino a quando, dopo un morso a una bambina, fu lasciato in rifugio. Anche se la volontaria non entrò nei particolari, ci bastò poco per capire che la situazione era più complicata del previsto e le rassicurazioni sul suo carattere vennero puntualmente disattese quando in macchina, finalmente diretti verso casa, mostrò immediatamente la sua aggressività.
Ovviamente avevamo a che fare con un cane che avrebbe avuto bisogno di tempo e pazienza per potersi fidare nuovamente dell’uomo.
Quel cane che mordeva anche l’aria ne aveva passate e viste troppe.
Ricordo benissimo il momento esatto in cui si arrese e mi permise di accarezzarlo per la prima volta, un misto di euforia e timore si impadronì di me; forse anche Cesare provò quelle stesse sensazioni. Guardando i suoi occhioni così sospettosi, gli feci la promessa: mi sarei presa cura di lui, gli avrei restituito con gli interessi gli anni di vita non vissuta, e mi sarei impegnata per dargli un’esistenza felice e appagata come meritava. Come tutti i cani meriterebbero di avere.
UNA MEDICINA POTENTISSIMA

Vivere con Cesare, almeno per i primi tempi, si rivelò una vera e propria sfida per me. Avevo a che fare con un cane dalla personalità molto forte, ma con delle insicurezze che nascondeva dietro una certa propensione al ringhio e al morso. Per lui non esistevano mezze misure: quando non gli piaceva qualche cosa, era pronto a morderti.
Il suo passato riaffiorava ogni volta che provavo a prenderlo in braccio o quando, per uscire, dovevo mettergli la pettorina. Una faticaccia che continuava anche durante le passeggiate: non conosceva il guinzaglio e procedeva a zig – zag, attratto sempre da qualche odore. Eravamo diventati una sorta di attrazione per gli abitanti della zona che, incontrandoci, non potevano fare a meno di lanciarci qualche occhiataccia di rimprovero.
Chissà se qualcuno, osservandoci dall’esterno, avrebbe scommesso un soldo su questa strana coppia formata da un cane e la sua umana. Mal assortiti e forse incompatibili per i bagagli emotivi pesantissimi che entrambi ci portavamo appresso, sembravamo già spacciati: l’ennesimo buco nell’acqua per quel cane che nessuno voleva.
Ma non mi persi d’animo. Ero seriamente intenzionata a offrire a Cesare una vita meravigliosa e, nonostante il suo caratterino da vero e proprio despota, ero pazza di lui. Un chihuahua di poco più di quattro chili, che, come un ciclone, aveva spazzato via le mie difficoltà e insicurezze facendo letteralmente il vuoto attorno.
I momenti che passavamo insieme si rivelarono un toccasana non solo per lui, ma anche per me che, correndogli dietro, sembravo un’altra persona. Ero felice, e malgrado il lupus non fece mai mancare la sua odiosa presenza, e mi ricordava – qualora me ne fossi mai dimenticata – quanto potesse essere aggressivo, avevo sin dal mattino uno strano sorriso che mi accompagnava per tutta la giornata, anche quando mi capitava di restare senza forze e non riuscivo a uscire di casa. Una vera e propria sofferenza che, in altri momenti, mi avrebbe vista soccombere alla malattia senza lottare.
Ma ogni volta che sentivo di non farcela, là, disteso sul suo tappeto, c’era Cesare ad aspettare la sua passeggiata quotidiana, o, ciò che più lo rendeva felice: un giro in macchina.
Ho sempre pensato che il suo amore per le quattroruote provenga da molto lontano, magari una rara esperienza che è rimasta nella sua mente, e se all’inizio effettuavamo solo brevi tragitti, per lui, e per lo sguardo che mi regalava ogni volta che riuscivo a portarlo in un posto nuovo, trovai il coraggio di lasciar andare le mie paure. Quelle stesse paure che mi avevano frenato per molti mesi. E così, mani sul volante, riuscii a raggiungere zone sempre più lontane.
A quasi due anni dall’esordio della malattia e dalle conseguenze fisiche e psicologiche che comportò, avevo trovato un alleato. Insieme eravamo diventati una squadra. Inseparabili, ci facevamo forza l’un l’altra sopperendo ai limiti che entrambi avevamo. C’è chi, fin da subito, ha trascinato con il suo entusiasmo e il piglio da vero comandante la sua umana in una vera e propria trasformazione, e chi, con pazienza, dedizione e tanto amore ha aiutato il suo quattrozampe ad allontanare dalla sua mente i brutti ricordi.
Insieme eravamo imbattibili e io, senza comprenderne esattamente la potenza, continuavo ad assumere quotidianamente una medicina che, a differenza delle tante che dovevo ingurgitare per il Lupus, non aveva controindicazioni, ma solo effetti benefici.
Quel cane che avevo visto in una foto un po’ di tempo fa, aveva compiuto quello che io, ancora oggi, considero un miracolo.
Potrei raccontarvi così tanti episodi e aneddoti sulla nostra vita insieme e sulle capacità taumaturgiche di Cesare, che finirei forse, di sembrarvi esagerata. Ma è grazie alla sua presenza e a quel tipo di amore che non avevo mai sperimentato prima, che oggi posso permettermi di affrontare a viso scoperto la battaglia con il Lupus, finalmente consapevole di avere centinaia di frecce al mio arco.
Certo, la malattia non può essere sconfitta, e sono cosciente del fatto che ci potranno essere ancora momenti in cui dovrò combattere per vivere, ma grazie a Cesare sto imparando a infischiarmene di ciò che non posso controllare e a godermi i miei – nostri – piccoli, grandi, traguardi.
Questo elisir, a cui non fa difetto prepotenza, dolcezza e bellezza è il regalo più bello che la vita potesse farmi, è riuscito a trasformare completamente i miei pensieri e le mie azioni, fino a fornirmi l’idea che da questa relazione potesse nascere qualcosa di speciale.
A SPASSO CON CESARE

Quando Cesare entrò nella mia vita, mi aspettavo di accogliere in casa quel tipo di cane da borsetta che avevo visto centinaia di volte in giro per la città.
Rigorosamente vestiti all’ultima moda, i chihuahua mi facevano sorridere per le loro dimensioni e per la tendenza ad osservare il mondo in braccio ai loro umani. Poi, quando finalmente a terra, li vedevo muoversi con le loro zampette esili, avevo quasi l’impressione che si potessero rompere, tanto erano minuti e apparentemente delicati.
Invece, in un giorno piovoso di novembre, fece il suo ingresso quello che venne subito soprannominato citbull, un chihuahua che sentiva di avere la tempra e l’energia di un pit bull.
E così regalai la borsetta precedentemente acquistata e iniziai con lui delle vere e proprie sessioni di allenamento che consistevano in due, tre uscite quotidiane. Al comando, sin dalla sua prima passeggiata, c’era sempre Cesare, quasi a rimarcare, con quel gesto, il nome che portava e che gli si cuciva addosso in maniera sorprendente.
Era un maschio alfa, consapevole di esserlo, e presto questo lato del suo carattere, che ad alcuni poteva risultare eccessivo, a me parve un dono: quel continuo piazzarsi davanti a me lasciava intendere che era desideroso di scoprire un mondo che probabilmente aveva soltanto immaginato nella sua fantasia, ma che istintivamente sembrava conoscere alla perfezione. Così iniziai a ideare percorsi sempre diversi, perché mi resi conto che aveva bisogno di nuove esperienze, e le nostre passeggiate divennero il pretesto per fare un ripasso veloce a circa ventisette secoli di storia della città.
Osservarlo mentre se la spassava tra le piazze e i luoghi più belli di Roma, mi costrinse a riflettere sul fatto che stavo facendo la turista in casa mia, e che grazie a una guida di grande esperienza, avevo il privilegio di guardare ogni cosa da un nuovo punto di vista. Il suo.
Adesso ero una storica dell’arte che stava imparando a vedere con occhi diversi e iniziai a rivolgere la mia attenzione ai viaggi che potessero renderlo felice, cercando al tempo stesso luoghi adatti a chi, come me, non voleva separarsi neanche un minuto dal suo compagno a quattrozampe.
Se il Lupus mi aveva costretto a cambiare il mio ambito lavorativo, che così tanto amavo, Cesare rimediava offrendomi nuovamente paesi da visitare, mappe da leggere e storie d’arte da inventare.
Il cane che nessuno voleva, abbandonato e maltrattato mi stava suggerendo qualcosa che, per quanto strampalata e assurda potesse sembrare, sentii immediatamente mio.
In fondo dovevo solo continuare a fidarmi di quel cane che fino a quel momento mi aveva guidata alla scoperta del suo mondo: un percorso che si è rivelato certamente impegnativo, ma enormemente gratificante e totalizzante.
Nasce così A spasso con Cesare, il blog di un cane che, come un vero esperto di viaggi e di arte, ci mostra quanto possa essere divertente e istruttivo girare con un quattrozampe al seguito. Perché là fuori ci sono un sacco di cose da fare e da vedere, tutti insieme.
Ma soprattutto A spasso con Cesare è la storia vera di un cane che ha saputo affrontare anche le prove più dure. Conservando sempre il suo carattere e la sua proverbiale testardaggine, Cesare oggi non solo dispensa consigli e suggerisce itinerari, ma continua a essere la mia pet-therapy quotidiana.
In questo blog, nascosta tra i tanti racconti che troverete, ci sarà sempre la storia di noi due: quelli che si sono incontrati nel momento peggiore delle loro vite e hanno capito che tenersi vicini era l’unico modo per andare avanti.
E’ stato a partire da lì che le zavorre che ci tenevano fermi, schiacciati in un passato fatto di dolore e tristezza, hanno cominciato a essere lasciate andare, permettendo a una mongolfiera, finalmente leggera, di alzarsi in volo.
Sara